Archivio per la categoria ‘Cultura mostruosa’
Tre questioni di filologia fantozziana
La centoduesima visione di Fantozzi (1975) di Luciano Salce, complice il clima di beata nullafacenza agostana, è stata più fruttuosa delle precedenti centouno. Ecco, per gli appassionati, tre questioni meritevoli di approfondimento, su cui mi auguro possa nascere un dibattito. Ne avrei in serbo un’altra dozzina, ma meglio non mettere troppa carne al fuoco.
1. Il direttore maniaco del biliardo che generazioni di spettatori, me compreso, hanno chiamato Diego Catellani, si chiama in realtà Catellami, con la m, a meno di ipotizzare che il Conte (cosa improbabile) abbia lasciato correre un refuso sotto la statua in bronzo dell’adorata madre Teresa.
Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla.
Quando penso a Umberto Eco, non mi viene in mente nulla. Possibile? Eppure ho letto tutti i suoi libri (salvo quello dell’ornitorinco), alcuni li ho letti due volte, alcuni perfino studiati. E non solo l’Eco ufficiale, anche quello apocrifo e semiapocrifo, che è il mio preferito, il coautore-ombra di Come farsi una cultura mostruosa, libro-quiz di Paolo Villaggio, o l’ispiratore del soggetto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile. Nulla, nemmeno un mozzicone di frase. Dell’Eco intellettuale pubblico, intendo. Eppure è da lui che ho appreso l’esistenza di una cosa antica chiamata mnemotecnica, e di un tale chiamato Raimondo Lullo. Che strano, con altri funziona a meraviglia. Se mi dimentico di Pier Paolo Pasolini, ho pronta una lista di parole chiave: scomparsa delle lucciole, romanzo delle stragi, discorso dei capelli, rivoluzione antropologica. Se Leonardo Sciascia mi cade dalla memoria, lo riacciuffo al balzo con l’affaire Moro, i professionisti dell’antimafia, le manette al posto della bilancia, la lite con Guttuso sull’ortodossia di partito. Lo stesso potrei fare con Elio Vittorini, con Ignazio Silone e anche con tanti altri che mi sono meno congeniali. Possibile che in cinquant’anni di articoli, interventi, polemiche e rubriche Eco non abbia detto nulla? L’ipotesi è spaventosa, dev’essere senz’altro una falla del mio sistema mnemotecnico. Chiedo aiuto agli amici che hanno più fosforo in zucca. “Ma dai, non ti ricordi di quell’intervento sull’Ur-Fascismo sempre in agguato, una specie di fascismo perenne e perennemente strisciante?”. Sì, mi dice qualcosa, ma dov’era? Forse nel Superuomo di massa, tra Tarzan, Rocambole e Arsenio Lupin? Stava parlando di romanzi d’appendice fantapolitici? “No, pare dicesse sul serio”. Ah. Un altro amico mi ricorda di quella volta in cui scrisse che una buona metà dell’elettorato italiano aveva una visione del mondo da Migrante Albanese, abbindolato dalla tv, refrattario alla cultura, pronto a comprare qualunque giornale di destra o di sinistra purché ci fosse un sedere in copertina. Caspita, forte questa, ma dov’era, nel Diario minimo? Per caso in quella satira spassosissima in cui sfotteva gli intellettuali apocalittici che denigravano l’“uomo-massa”, facendo finta che fossero filosofi greci e chiamando Elémire Zolla “Zollofonte”? No, mi dice l’amico, era un solenne referendum morale che sottopose alla nazione alla vigilia delle elezioni del 2001. Ah però. Ancora nulla. Un terzo amico, più informato, cerca infine di risvegliarmi la memoria con il bell’articolo che Eco scrisse nell’occasione negromantica della riapertura di Alfabeta. Era un elogio dell’intellettuale come ficcanaso e grillo parlante, libero e disorganico, e vi si leggeva che “il vero intellettuale è anzitutto colui che sa criticare quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa”. E allora, come per incanto, ho capito perché pensando a Umberto Eco non mi viene in mente nulla.
Articolo uscito sul Foglio il 5 gennaio 2012 con il titolo Festeggiare gli 80 anni di Umberto senza riuscire a ricordarsi nulla di lui
Tana per Umberto Eco
Tra i libri che sono fiero di ospitare nel mio scaffale c’è Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio, una raccolta di quiz a risposta multipla pubblicata da Bompiani nel 1972. Ho appena detto: di Paolo Villaggio. Ma tutto fa sospettare che ci fosse lo zampino di Umberto Eco. Anzi, almeno per quel che riguarda la prefazione (Istruzioni prima dell’uso), non ho dubbi, è proprio lui:
“Paolo Villaggio propone in questo libro una serie di parole usate, sinora, soltanto dai compilatori di enciclopedie dell’Università di Tubinga, e propone al lettore quattro o più soluzioni per ciascuna voce. Toccherà all’astuto lettore di identificare la soluzione giusta, che l’Autore non dà – anzitutto per innata perfidia, in secondo luogo perché a chiunque sarà facile trovarla consultando direttamente a casa propria brevi e compendiosi manuali quali l’Enciclopedia Britannica, il Kindler Lexicon, il Dizionario della Crusca, le poche centinaia di volumi in quarto della Patrologia Latina dell’Abate Migne, e specialmente il Mundus Subterraneus e il Mysterium Aegyptiacum di Padre Athanasius Kircher, facilmente reperibili da qualsiasi buon antiquario di Amsterdam”.
Suona familiare, vero? Quando c’è di mezzo Kircher o la Patrologia del Migne, ci si può scommettere: è l’Umberto. Leggi il seguito di questo post »



